E’ passato un anno
Si può dare significato a innumerevoli atti della vita, in fondo la sequenza di azioni può diventare significante per le associazione che decidiamo di dare a quegli atti in quelle circostanze.
Friggere è per me qualcosa che mi lega all’essere calabrese, alla cucina della mia terra, la parmigiana per dirne una, ed al ricordo di mio padre. Alla domanda vuoi che vada a comprare del pesce, la risposta era sempre e solo una: se c’è qualcosa da friggere si!
E pensare che non ero manco particolarmente bravo a friggere, ma con il tempo e con la tenacia sono diventato bravo. Senza ricette o modalità particolari, ma con la semplicità che richiedono le cose complesse.
Oggi il fritto era commemorativo. E’ passato un anno dalla morte di mio padre e mi piaceva prendermi questo giorno per fare quello che facevo per lui, friggere del pesce e bere un buon vino. Sono stato anche fortunato perchého trovato dei pesci tipici di queste parti buonissimi, i surici.

E’ da una settimana che sono in Calabria, nella casa ormai mia, che mi divido tra lavoro e beghe amministrative da risolvere. Ci sto bene ormai, anche se faccio ancora fatica a chiamarla mia al posto di casa dei miei genitori.
Da questa casa, che ho visto nascere e che ho contribuito a costruire quando ero bambino più come un gioco che come attività produttive, sono andato via molto presto, nel 1986 per adare a studiare a Milano dove poi sono rimasto a fissare la mia di casa.
Qui sono pieno di ricordi, di dettagli che mi fanno tornare indietro con la memoria a ricordi ed eventi del passato assieme a mio padre e mia madre. Saltano fuori ogni tanto oggetti apparentemente insignificanti che per me racchiudono una storia, qualcosa che mi fa tornare indietro nel nostro passato. Questa casa ne è disseminata in ogni angolo ed è bello, e struggente, incapparci mentre sposto una cosa, o metto in ordine un cassetto o un mobile.
Mia madre è morta nel 2009, improvvisamente, ma mio padre non aveva voluto spostare nulla da allora, cristallizzando quel momento per il futuro. Io rispettavo la sua scelta convivendo con quelle cose disseminate per la casa. Con la morte di mio padre mi sono trovato a smaltire masse di ricordi doppi, e non ho ancora finito.
Ogni cosa qui mi ricorda entrambi e fare ordine, disfarmi delle cose che non mi servono non è facile, ogni cosa si porta dietro un ricordo, evoca una situazione che non è facile abbandonare a se stessa.
Ho sistemato e buttato molte cose, ed ho deciso che volevo mettere gli occhi e le mani in tutto quello che c’era per decidere. E’ stato intenso perché sono riemerse cose che avevo perso di vista, che dopo il mio partire non sapevo più dov’erano, e non avevo, e non ho, più nessuno a cui chiedere.
Non vivo qui e questo mi aiuta a mettere da parte alcune parti della mia vita, come se potessi scegliere quando connettermi con questa parte di me a cui sono legato visceralmente. Ed infatti è strano per me pensare alla morte di mio padre. La mia quotidianità è cambiata molto poco: non devo più avvertire nessuno dei mie arrivi e ritorni e non ho l’aggiornamento settimanale da fare. Non vivevamo assieme e quindi non ho la percezione di mancanze quotidiane. Mio padre alla morte di mia madre ci ha dovuto convivere con la sua assenza per anni e ancora adesso non riesco a comprenderne il dolore che ha sopportato in questa quotidianità che io non ho subito.
Ed allora cosa manca?
Mancano le parole, i litigi, quello scambio che nel tempo è passato da adorazione, scontro, confronto, riferimento. Ed infine profondo rispetto per le nostre scelte a volte diverse o addirittura opposte, di due adulti che si volevano bene.
Ecco, quello che mi manca più di tutto è il confronto sulle cose della vita, che adesso faccio con me stesso, o meglio con quella parte di mio padre e mia madre che mi porto dentro.
Mi ritrovo molte cose di loro nel mio modo di essere e di fare. Alcune mi piacciono, altre meno, altre proprio per niente. Sono affezionato a tutte, credo sia un modo per restare connesso con loro.
Per mia madre non ho un rito preciso da reiterare, lo faccio quando mi muovo tra i fornelli, ambito dove sono diventato bravo e dove non ho nessun timore del giudizio altrui, o timore di fare male, succede ma non me ne curo.
Per mio padre il rito è diventato friggere qualcosa, meglio della “fravaglia” che nonostante reflusso, colite e gastrite amava mangiare.
Oggi ad un anno di distanza mi piaceva essere qui e friggere ancora per Don Peppino e per me!





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