Grecia

Gallicianò terra di altri tempi

Ci ero già stato nel 2021, ed era la prima volta che Aspromonte Wild faceva quel giro come itinerario, oggi un grande ritorno.

La zona grecanica calabrese, rappresentata ormai da Gallicianò, era una parte importante di Aspromonte dove si è parlato il greco antico fino ai giorni nostri. Ormai lo fanno davvero in pochi, anche perché la tramandazione è orale, e questo complica le cose.

Questo è un giro ad anello attorno alla vetta che protegge il paese e con una vista magnifica sull’Ammendolea, la fiumara immensa che si dispiega come un serpente color argento addormentato. Si fa fatica ad immaginarla viva e attiva dal momento che c’è sempre meno acqua, sopratutto nella parte finale.

L’Ammedolea stimola la discussione fiordi si, fiordi no. Nel senso che tra i tanti misteri calabresi, si parla anche del fatto che questa fiumara, e forse altre, erano più basse e quindi non erano dei fiumi dormienti con il letto pieno di pietre, ma fiordi dove l’acqua del mare entrava per molti chilometri permettendo di navigarli e di arrivare con le navi fino al cuore dell’Aspromonte per poterlo depredare, di legname, meglio.

Oggi la giornata era perfetta per questo giro, tersa, secca e fredda al punto giusto per godere di una luce magnifica che permetteva di vedere fino al mare ed oltre.

Gallicianò è arroccato su un crinale, protetto da ogni lato. E facile immaginare come in passato i suoi abitanti scrutavano il mare senza essere visti per stare più sicuri, e come scrutavano la fiumare per ascoltarne il rumore e per capire se temerla o tenersela amica.

Il terreno adesso è ricoperto di arbusti, ma non ci sono più boschi che proteggono i terreni dall’erosione e dal sole. La terra migra verso Sud spinta dalla pioggia e dalle intemperie alimentando quel serpendo argenteo apparentemente così buono e mansueto.

Nel paesino vivono circa quaranta persone, che d’inverno si inventeranno come passare il tempo. Attorno ci sono ancora dei pastori che portano avanti una tradizione sempre più faticosa.

Nel giro in salita abbiamo visto due castagni immensi, forse millenari, sicuramente di tantissimi anni. Addosso tutti i segni del tempo. Uno ha un grosso buco in mezzo, forse causato da un fulmine, ma tutto sommato in buona salute, con evidenti i percorsi contorti del tempo. Un altro incenerito anche lui da un fulmine che non lo ha domato e che adesso ha una nuova chioma a testimonianza della sua vittoria.

Come sempre la luce è una compagna di avventure invadente e incredibile.

Tornare sui propri passi è piacevole, si ha idea di quello che succederà, con anche la certezza che non sarà mai uguale.


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