E non vuoi fartela una forra se sei “giù” (geograficamente, non moralmente)?!
Sono tornato a Reggio giovedì scorso. Mi ero ripromesso di sistemare la casa dei miei e fare pace con il vuoto che c’è adesso e con la mancanza di mio padre.
Dopo le feste avevo preso le distanze con la scusa del lavoro, di doverlo fare in presenza e tante altre belle cose ottimamente confezionate per convincermi che non c’era altro da fare che rimandare il prendere contatto con quello che sento. Io sono bravissimo a costruire barriere, bellissime e molto congruenti, per tenere le distanze, a volte anche da me stesso.
Tra lavoro, qualche lavoretto di manutenzione e rovistamenti tra cose accumulate in decenni, sono passati i primi giorni. Domenica però avevo letto di questa escursione di Aspromonte Wild, e Demetrio e Nella mi avevano chiesto direttamente se ci sarei stato. Come dire di no! E poi queste cascate mi mancavano, ed era ormai un anno che non mi calavo per qualche torrente aspromontano.
Ho iniziato quasi 10 anni fa con le mie prime discese, sempre con Demetrio. Mi da un’adrenalina incredibile che mi fa sentire vivo, niente di trascendentale in termini di prestazione, ma è bello sfidare le proprie paure.
In questi giorni stanno aspettando le condizioni favorevoli per attraversare lo stretto, da pilone a pilone, per circa 3700 metri, camminando su una fune.
Ecco, niente del genere rispetto alla confort zone.

Eppure se ci penso io adoro uscire in mare aperto, è proprio il caso di dirlo.
Mi sono imbarcato per attraversare l’Oceano Atlantico per 21 giorni soffrendo il mal di mare
Ho fatto la maratona di New York senza allenamento
Ho corso diverse Eroiche senza il minimo allenamento
E mi calo lungo i torrenti avendo una paura folle. Ma non è una paura che mi paralizza, o mi fa entrare in ansia. E’ qualcosa che mi fa stare bene dopo, e prima in stato di allerta, vigile. Sono in genere molto attento ai dettagli di quello che mi circonda, ma in questi casi la mia capacità si moltiplica ed i miei occhi osservano e carpiscono tutto quello che penso mi possa servire.
Oggi abbiamo fatto le cose comode, un gruppo si è incamminato a piedi, ed un altro gruppetto siamo saliti in macchina fino al punto dove avremmo iniziato a scendere il torrente. Abbiamo fatto 7 salti in tutto.
I primi semplici, per riprendere la mano, ritrovare gesti messi da parte dall’ultima volta in forra. Prima di arrivare ripassavo le varie cascate già fatte, le sensazioni e le difficoltà incontrate. Poi la testa si è focalizzata solo sulla discesa.
Quando si è in gruppo tra un salto e l’altro si aspetta il proprio turno, e può passare anche del tempo dove è importante non pensare troppo a quello che ci aspetterà.
Certo per poterlo fare serve avere fiducia in chi ti guida, ed io, per fortuna, ho totale fiducia in Demetrio, ecco perché non mi preoccupo troppo di scoprire i dettagli dei prossimi salti. In fondo preferisco scoprirlo quando sono imbragato e con la corda nell’otto pronto per scendere.
Oggi la difficoltà più grossa è stata entrare nella muta, in fondo avere una cassa d’acqua addosso in più dello scorso anno non è banale da portarsi dietro. Sto lavorando per lasciarla andare, in fondo non è questa riserva che mi serve per vivere, anzi!
Dopo i primi cinque salti, tutti con poca acqua, la parte facile era finita ed eravamo ad un bivio proseguire con gli altri due salti, o prendere il sentiero per arrivare al punto di incontro per poi mangiare tutti assieme. La scelta era libera, e qualcuno ha deciso che era più a proprio agio nel proseguire a piedi. Io dopo un po’ mi sono reso conto che non mi ero posto neanche il problema. Ero venuto per fare delle forre e così avrei fatto. Certo sapere di dover fare ancora un salto di trenta metri e l’ultimo di cinquanta mi facevano paura ma, non so come spiegarlo, non avevo previsto di sottrarmi a questa paura, almeno non oggi.
Cinquanta metri di discesa sono lunghi, sembrano non finire mai. La corda è pesantissima per la lunghezza e, non serve quasi tenere la sicurezza dell’otto (si lo so che va sempre tenuta e non va mai lasciata la corda). Un po’ serve guardare sotto per capire che strada prendere, cosa c’è dopo, ed anche per godersi il momento. In fondo ti stai calando, da solo, da una cascata, la fine è discretamente lontana, e vederla avvicinare è una bella sensazione. Mettere di nuovo i piedi per terra e tornare in posizione verticale è quel sollievo che ti attraversa tutto il corpo e ti fa sorridere felice e dire “si, cazzo si!” (io ovviamente lo faccio tra me e me).


Mi ha fatto bene questa giornata, continuata con un pranzo pantagruelico dalla Famiglia Murdica (beh anche questa è stata una prova sfidante), e bella lunga.
I posti vicino Piminoro sono stupendi, ed in parte li conoscevo per aver fatto delle altre cascate sempre in zona, ma “solo” di 43 metri :-). Fare queste escursioni mi riempie gli occhi di bellezza, e mi ricongiunge con la mia terra che ho lasciato quasi quarant’anni fa ormai.
Domani riprendiamo con il lavoro e la sistemazione della casa. Non ho urgenza, ma voglio farlo. In questi giorni mi sono capitate per le mani cose viste nella mia infanzia e messe via dai miei usando tutto lo spazio disponibile. Molte, anche se piene di ricordi, le butterò lo stesso, in fondo quei ricordi li ho già con me. Altre cose non le ho mai viste, anche se mi ricordano le vite dei miei genitori, magari pezzi per me sconosciuti o poco noti. Queste ultime le guarderò con amore, e magari le butterò lo stesso, dopo averle fatte diventare ricordi.
E’ proprio particolare il senso che diamo alle cose. In questi giorni sto pensando che tenerle, per me rappresenta la difficoltà a lasciare andare le persone che rappresentano, dal momento che i ricordi li ho già con me.
Lasciare andare è quel movimento che ci rende liberi, ma che a volte costa una fatica immane, ed allora preferiamo tenerci dei fardelli che, sbagliando, pensiamo essere meno faticosi!
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