Disclamer: ho bevuto alla salute di chi ci vuole male, e tutto quello che scriverò è proprio quello che penso…
Che periodo intenso che ho passato in questi ultimi mesi. Non so da dove iniziare per metter assieme i pensieri che ho in testa e che, ne sono sicuro, prenderanno la forma giusta mentre li scriverò. Giusta per me, ovviamente.
Era tempo fa che Peppino si era lasciato andare in un elogio, non previsto, del mio modo di affrontare la vita, che era culminato nella frase: Moscatino, tu sai vivere. Dopo decenni di fatiche per esprimere il mio modo di vedere ed affrontare il mondo era stata una grande conquista.
Oggi ho fatto le stesse cose di allora, a poco più di un anno di distanza. Anche se, in termini di sensazioni, di mezzo c’è un’eternità.
Ho fritto un calamaro e delle triglie, ho preso i bocconcini ( che una mia amica siciliana considera una definizione erotica), ed un vino locale spumantizzato SP1. Non si direbbe ma adoro i rituali, le connessioni, ed anche le celebrazioni, e faccio in modo di creale se mi fa piacere. Oggi è una di queste occasioni, perché non si sarà più nessuno a dirmi che so vivere, se non la mia consapevolezza, ed un morbido ricordo di più di un anno fa.



Questi ultimi mesi sono stati intensi e faticosi cercando di far stare assieme tutto quello di cui è fatta la mia vita. Non è stato facile, e non è facile per nessuno. E ad onor del vero, sembra che il resto del mondo ci si metta d’impegno a renderlo ancora più difficile.
Io sono una macchina quando serve, l’ho imparato da mia madre ad esser lucido fino al cinismo, aiuta lo riconosco. In questo cinismo, io come lei, manteniamo la capacità di notare tutto, di registrare ogni sbavatura da come dovrebbe essere, e ricordarcene quando servirà. No, non sempre sarà reso lo stesso trattamento, ma sarà una scelta, una magnanimità che il più delle volte i destinatari non sapranno neanche riconoscere, ma di cui beneficeranno.
Adesso sono orfano, e solo. Certo è strano dirlo di una persona che ha superato i cinquant’anni, ma rende l’idea. Io ho molti amici, e sono circondato da affetti sinceri che prescindono dai legami di sangue. Ne sono orgoglioso perché è un lavoro coltivare le relazioni. Il lavoro meglio remunerato che si possa immaginare, ma sempre un’attività che richiede impegno, e che io faccio volentieri.
Ma alla fine ci si sente soli. Io non posso più scrivere “sono arrivato, tutto bene” a chi ne sentiva il bisogno.
Non posso più confrontarmi e/o scontrarmi su qualcosa per poi decidere come e cosa fare.
Non posso più avere un antagonista che mi aiutava a crescere, anche adesso, che stavo diventando io quello di riferimento.
Sono sempre stato figlio, a volte con fatica, a volte proprio sentendolo una costrizione. Negli ultimi tempi le cose stavano cambiando, ma mi faceva piacere cambiare posizione con lentezza, senza la spocchia di una conquista, ma con gentilezza. Quella che merita una persona che sta invecchiando, e che ha fatto molti sacrifici per te. Una persone che ha esercitato il suo disaccordo per esserti di aiuto e non di ostacolo. Oddio, non l’ho sempre pensata così, e ricordo molte volte che le nostre divergenze ci hanno allontanato.
Questi ultimi due mesi sono stati un faticoso percorso di evoluzione. Mi sono trovato ad essere io la persona di riferimento senza esserne pronto, senza un rito di passaggio per questo nuovo ruolo. Ho dovuto prendere decisioni e mi sono trovato da solo in una casa che mi ha sempre visto prima figlio e poi emigrante che tornavo ogni tanto. Niente di lontanamente simile a chi deve gestire le cose, prendere decisioni. Mi trovo a chiedermi cosa ne avrebbe pensato Peppino. E, giustamente, mi è stato fatto notare quanto è potente la nostra mente, nel dare grande valore al giudizio di una persona che non c’è più.
Oggi è il primo giorno di tregua dal 12 settembre. Il mio mondo è cambiato verso le 5 di mattina. 118, pronto soccorso, ed una facciata ad alta velocità con il muro della sanità, con l’aggravante di essere calabra. Per carità, non una significativa aggravante nel contesto italiano, ma non certo un aiuto.
Ho trovato tantissima umanità lasciata all’iniziativa personale che mi ha nutrito e fatto bene al cuore, ma niente a livello sistemico o delle strutture con cui ho avuto a che fare. Ho pensato a molte cose legate alla malattia ed al malato in questi mesi in cui sono entrato in contatto con questo universo, direi parallelo, ma è troppo lungo, difficile e doloroso per parlarne adesso. L’unica considerazione è che la malattia prevale sulla persona che viene totalmente persa di vista.
Il “tu sai vivere” è diventato “sei bravo” dopo averlo sistemato quella settimana che ha passato a casa tra un ricovero e l’altro. MI sono schernito da un complimento così esplicito, non ne sono abituato.
Le mie esternazioni vanno moltiplicate per diventare paragonabili al resto del mondo, ed anche quelle di Peppino avevano la stessa caratteristica. Come si dice? I frutti non cadono lontano dalla pianta.
Sono un’isola che fa parte di un arcipelago che mi sostiene, che mi fa essere quello che sono. Mantengo la mia individualità insieme ad una serie di legami che curo con attenzione e dedizione. Lo so, ed è quello che ho tenuto stretto dal film About a boy. Da sabato però, sulla mia isola sono da solo, senza radici, orfano come ha detto un mio amico. Da sabato stare in questa casa, guardare questi luoghi che mi hanno visto crescere, hanno un sapore diverso, al momento salato per le lacrime che sto versando.
In teoria questa volta ho avuto il tempo per prepararmi, ma non ne sono stato capace. E forse non è possibile. Anche perché farlo può significare essersi detto tutto quello che sentivamo il bisogno di condividere. Tutto quello che ci sarebbe servito in futuro. In pratica un elenco infinito di dubbi, conferme, una treccani affettiva.
A ben pensare, basta cercare tra le tante cose scambiate, a volte in modo acceso, per trovare cose belle, per dare senso alla nuova solitudine.

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