Fare o essere

Ingegneri o caporali?

Qualche volta alla domanda che fai, capita di rispondere “sono un … (seguito a piacere)”. Mettendo assieme il fare con l’essere. Per me è facile dire “sono in ingegnere” e non “faccio”, per due motivi:

  • ingegneri si nasce ( e solo chi lo è crederà a questa affermazione)
  • non faccio l’ingegnere dal lontano 1999.

Ma a parte questa particolarità ingegneristica, il confine tra fare ed essere si sta assottigliando e non nel migliore dei modi.

Oggi, una serie di articoli sul personal branding mi ci hanno fatto ripensare solleticando quello che stava elaborando la mia pancia senza riuscire a mettere bene a fuoco la questione.

Personal Branding appare per la prima volta in un articolo del 1990, senza ottenere grandi effetti visto che non esisteva nessuna piattaforma per supportarlo. Adesso è difficile restarne illesi. E qualche considerazione dovremmo pur farla, diventando noi stessi un prodotto, o lavorando gratis nel reparto marketing di noi stessi, come dice l’articolo.

Se Sennett, nel suo Uomo Artigiano, parla di 15000 ore ( circa 7 anni) per diventare abili in una professione artigiana, adesso è difficile capire quanto serve per diventare bravi in qualcosa. Sopratutto se questo qualcosa muta molto velocemente, e gli strumenti cambiano ancora più velocemente.

Ogni anno faccio la pastiera per Pasqua o giù di lì, ed ogni anno succede qualcosa di diverso dal precedente, perché la cucina è per me un luogo dove mi sento libero, dove fare ed essere perdono il confine che in altri contesti esiste più o meno profondo.

Mi stupisco sempre a fare cose che non ho mai imparato consapevolmente, modi e gesti che ho visto fare a mia madre quando le stavo vicino in cucina mentre preparava sopratutto i dolci, ma non solo. Ogni anno faccio qualcosa di diverso dal precedente, ed ogni anno non lo scrivo. Quello dopo magari lo ricordo, magari lo modifico o addirittura lo dimentico. Questa volta ho messo l’essenza di fiori d’arancio nella frolla e non nell’interno, chissà il prossimo anno. Lo scorso non ricordavo di dover fare la frolla ed ho impastato in un modo osceno, con un ottimo risultato, mi hanno detto.

Nonostante questi continui imprevisti non mi tiro indietro nel condividere i miei manufatti, anche con inviti preventivi senza conoscerne il risultato.

Essere e fare si mescolano alimentandosi a vicenda, ma dove è il confine? Dove smetto di essere ed inizio a fare? E’ sicuramente vero che tutto quello che sono me lo porto dietro sempre, ma forse il punto è proprio questo. Tutto quello che sono non può stare in una parola, in una professione, in una categoria (discorso a parte per ingegnere 🙂 ).

Il rischio di dire sono un coach, un counselor, un facilitatore o altro, è che mi rende bidimensionale, quando nessuno di noi lo è. Il percorso per diventare un prodotto di cui fare promozione mi incasella in qualcosa, ed ha la pretesa che quel qualcosa sia migliore di altri (perché dovrei comprare quel prodotto invece che un altro?).

Mi piace pensare che quello che sono mi fa fare le cose in un modo unico che può piacere o meno. Ed è su questa unicità che devo lavorare per fare in modo che con essa io mi senta a mio agio.

Oggi i miei pensieri sono scomposti, o destrutturati come certi dolci, ma in fondo non sono uno scrittore, ogni tanto scrivo.


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